Il lunghissimo addio alla burocrazia e la corsa dei nuovi cantieri privati. Nel cratere del sisma del Centro Italia, la città più colpita supera le cicatrici del passato e ritrova la sua identità attraverso i gesti dei ragazzi.
La memoria storica di quei mesi del 2016 è impressa nei numeri dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV): la terra tremò il 24 agosto, poi ancora il 26 ottobre con due violentissime scosse ravvisate in tutto il Centro Italia, fino al boato del 30 ottobre. Se non ci furono vittime a Camerino lo si dovette solo all’evacuazione preventiva dei giorni precedenti.
Ma la città rimase ferita al cuore: il suo nucleo medievale, uno dei più estesi e preziosi delle Marche, venne interamente dichiarato “zona rossa” e sbarrato al mondo. Centinaia di edifici storici, chiese e palazzi d’epoca sono rimasti per anni imballati, inaccessibili, sospesi nel tempo.
Nelle vie appena riaperte, alcune vetrine polverose mostrano ancora i manifesti di quell’autunno di dieci anni fa. Gli edifici sono stati a lungo avvolti da fitte reti di cinghie d’acciaio: un abbraccio meccanico che li ha tenuti in piedi, impedendo il crollo ma congelando la storia. Se nella prima fase post-sisma la ricostruzione ha sofferto di una pesante e asfissiante palude burocratica, oggi il cambio di passo impresso dall’accelerazione delle ordinanze speciali e dalle risorse del fondo macroeconomico NextAppennino è finalmente visibile. Le gru ridisegnano lo skyline, i cantieri privati nel centro storico registrano una decisa impennata e i simboli identitari della comunità, come il Palazzo Arcivescovile in Piazza Cavour o la Cattedrale, tornano lentamente a essere restituiti agli occhi dei cittadini.
La vita quotidiana, nel frattempo, ha dovuto inventarsi una geografia temporale in periferia, nell’agglomerato di moduli del Sottocorte Village. Lì, tra strutture ordinate e piazze d’asfalto, i baristi servono il caffè a studenti che per anni non hanno mai potuto camminare sulle pietre antiche del corso. Nelle vecchie sedi restano solo lasciti di insegne silenziose, mentre la comunità si è stretta fuori dalle mura per non disperdersi.
Eppure, Camerino non è mai morta. Perché ci sono loro: i giovani.
L’Università di Camerino non solo ha resistito all’urto dell’emergenza, ma ha compiuto un vero miracolo demografico, difendendo e consolidando una comunità che conta oltre 6.000 studenti iscritti, confermandosi stabilmente ai vertici delle classifiche Censis per la qualità dei servizi agli studenti. Molti ragazzi vengono da fuori Italia, attratti da un’idea non retorica di resilienza: quella che si pratica ogni giorno. Abitano in larghissima parte nel moderno complesso residenziale di Montagnano — lo studentato ad alta tecnologia e sicurezza sismica realizzato grazie ai fondi donati dal Land Tirolo e dalle Province Autonome di Trento e Bolzano — o nelle altre strutture universitarie che hanno retto i colpi della terra.
In una giornata dalle nuvole mutevoli, l’orizzonte di pietra e metallo del centro viene improvvisamente tagliato da una scossa di colore: due studenti stranieri — lei dal Pakistan, lui dall’India — fanno volare un aquilone coloratissimo. Il tessuto sfida il vento e svetta alto proprio tra i vicoli storici, tagliando la linea geometrica delle impalcature. È un contrasto potente, lo spirito di chi sceglie di abitare il futuro prima ancora che venga del tutto ricostruito.
Poco più in là, scendendo verso l’orto botanico, due ragazzi italiani liberano un pesciolino rosso nella piccola fontana al centro della vegetazione. Un gesto minuscolo, quasi infantile, ma che in questa città che ha aspettato per un decennio diventa un manifesto di assoluta fiducia nel domani.
Per terra, impresso sul selciato in dialetto marchigiano, qualcuno ha scritto: “Daje”.
È una parola che racchiude tutto: speranza, rassegnazione, ironia, orgoglio. “Daje” è ciò che si dice da queste parti quando non si può fare altro che andare avanti.
La strada verso la completa transizione è ancora lunga e la scommessa attuale dipende dalla capacità dei cantieri pubblici di correre veloci quanto quelli privati. Ma oggi, a dieci anni dal terremoto, Camerino non chiede miracoli. Dimostra, attraverso la vitalità dei suoi studenti, di essere già
tornata a essere una città.