Camerino 10 anni dopo

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“Daje, Camerino”

Di Giuseppe Chiucchiu’

Camerino
Nove anni dopo che un terremoto di magnitudo 6,5 ha squarciato l’Italia centrale alle 7:40 del 30 ottobre 2016, il centro storico di questa città universitaria è ancora avvolto da un silenzio irreale. Non è il silenzio della pace, ma quello dell’attesa infinita.

Le strade sono deserte. Le vetrine dei negozi, polverose, mostrano ancora i manifesti del 2016. Le auto abbandonate giacciono sotto cumuli di calcinacci, come reperti archeologici di un’epoca appena trascorsa. Gli edifici — quelli che non sono crollati — sono avvolti da fitte reti di cinghie d’acciaio, un abbraccio meccanico che li tiene in piedi, ma non li salva. Su 218 edifici storici danneggiati, solo 12 sono stati completamente restaurati. Gli altri aspettano. Sempre.

La vita, intanto, si è spostata in periferia, in un agglomerato di prefabbricati chiamato Sottocorte Village. Lì, tra container dipinti di fresco e una “piazza” asfaltata, baristi servono caffè a studenti che non hanno mai camminato sulle pietre antiche del corso. È una ricostruzione di facciata: si è ricreata l’immagine della comunità, non la comunità stessa.

Eppure, Camerino non è morta.
Perché ci sono loro: i giovani.

In una giornata grigia, due studenti — lei dal Pakistan, lui dall’India — fanno volare un aquilone sopra le macerie del Palazzo Ducale. Il colore sgargiante del tessuto stride con il grigio del cemento, ma non con lo spirito di chi sceglie di restare. Poco più in là, due ragazzi italiani liberano un pesciolino rosso nella fontana dell’orto botanico. L’acqua è poca, piovana, ma il pesce nuota. È un gesto minuscolo, quasi infantile. Eppure, in questa città che aspetta da nove anni un segnale dallo Stato, è l’unico atto di fiducia nel futuro.

Lo Stato, infatti, latita.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha destinato 2,4 miliardi alla ricostruzione post-sisma, ma alla fine del 2024 — secondo la Commissione Europea — solo il 12% di quei fondi è stato effettivamente speso. La Corte dei Conti parla di “ritardi strutturali”, “sovrapposizione di competenze”, “mancanza di coordinamento”. I cittadini parlano di abbandono.

Oggi, nonostante tutto, l’Università di Camerino conta oltre 1.600 iscritti — un dato in crescita rispetto agli anni immediatamente successivi al sisma. Molti vengono da fuori Italia, attratti da borse di studio e da un’idea non retorica di resilienza: non quella celebrata nei convegni, ma quella che si pratica ogni giorno, tra aule in container e biblioteche smontate.

Per terra, in dialetto marchigiano, qualcuno ha scritto: “Daje”.
È una parola che racchiude tutto: speranza, rassegnazione, ironia, orgoglio.
“Daje” è ciò che si dice quando non si può fare altro che andare avanti.
Ma forse, a questo punto, basterebbe che qualcuno a Roma dicesse semplicemente: “Facciamo.”

Perché Camerino non chiede miracoli.
Chiede solo di poter tornare a essere — davvero — una città.

 

Il Silenzio di Camerino e la Speranza dei Giovani: Un Viaggio nel Cuore del Terremoto

Di Giuseppe Chiucchiu’

Camerino, 30 ottobre 2016. Una data che rimarrà scolpita nella memoria delle Marche e dei suoi abitanti. Un terremoto devastante ha colpito questa regione, lasciando segni indelebili nel paesaggio e nei cuori delle persone. In una giornata plumbea e carica di pioggia, arrivo a Camerino, una città universitaria che ora sembra un luogo fantasma.

Tra il 24 agosto e il 30 ottobre 2016, la piccola città marchigiana subì una serie di forti terremoti, parte della cosiddetta “sequenza di Amatrice-Visso-Norcia”, come classificato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). Il primo sisma, con una magnitudo di 6, si verificò alle 3:36 del 24 agosto, provocando la morte di 299 persone nelle regioni del Lazio, delle Marche e dell’Umbria. A Camerino, i danni furono contenuti grazie ai lavori di rinforzo strutturale realizzati dopo il terremoto del 1997.
Il 26 ottobre, una nuova scossa di magnitudo 5.4 scosse la regione alle 19:11, seguita da un’altra di magnitudo 5.9 alle 21:18, che provocò il crollo di un campanile su una casa precedentemente evacuata da quattro studentesse. Il terremoto più devastante avvenne alle 7:40 del 30 ottobre, con una magnitudo di 6.5, il più forte in Italia dal 1980. Anche in questo caso, non ci furono vittime, grazie all’evacuazione preventiva del centro storico.
Camerino risultò essere il comune delle Marche più colpito e il secondo, dopo Amatrice, tra i 140 paesi interessati dai sismi del 2016, con danni stimati in 1,2 miliardi di euro, 806 milioni dei quali relativi a proprietà private. L’intero centro storico, che si estende su 163.000 metri quadrati, fu dichiarato “zona rossa”, con divieto di accesso a causa del rischio di ulteriori crolli. Delle 371 strutture esaminate, 330 risultarono danneggiate, con il 90% gravemente compromesso. Di queste, 56 erano edifici protetti per il loro valore architettonico, culturale o storico. A nove anni dall’evento, 218 edifici storici rimangono ancora inagibili.

Nel centro storico, i negozi sono vuoti e abbandonati a se stessi, con scaffali vuoti e vetrine polverose che raccontano di un’attività commerciale ormai sospesa nel tempo. Alcune auto, colpite dal crollo di edifici durante il terremoto, giacciono ancora abbandonate per le strade. Il teatro e il cinema sono chiusi, nelle bacheche i manifesti di allora sono ancora presenti, tutti polverosi, simboli silenziosi di quella terribile giornata.

Il centro storico, un tempo animato e brulicante di studenti, è avvolto da un silenzio spettrale. La zona rossa è stata appena parzialmente riaperta, ma non c’è nessuno in giro. Gli edifici, un tempo maestosi, sono tenuti insieme da grandi corde di acciaio, come se fossero abbracciati in un ultimo tentativo di non crollare. Le cinghie stringono il tutto, creando una rete di protezione che sembra trattenere non solo le pietre, ma anche la storia e le vite che qui si sono intrecciate.

Cammino in questo paesaggio di solitudine, dove un tempo c’erano molti studenti. Camerino, con la sua antica università, era un vivace centro di cultura e gioventù. Ora, invece, il centro storico è deserto e abbandonato, le piazze e i bar vuoti, un’ombra del passato.

Proseguendo il mio cammino, incontro due studenti, una ragazza pakistana e un ragazzo indiano, intenti a far volare un aquilone colorato. In mezzo a tanta desolazione, l’aquilone che si libra nel cielo grigio sembra un simbolo di libertà e speranza, un segno che questa città può ancora rinascere. I due giovani, con i loro sorrisi e la loro gioia, sembrano voler far decollare non solo il loro aquilone, ma anche la speranza per Camerino.

Continuo fino alle mura della città e mi dirigo verso l’orto botanico. Qui incontro altri due studenti italiani, che hanno appena comprato un pesciolino rosso. Con un gesto simbolico, decidono di liberarlo nella piccola fontana al centro dell’orto. Il pesciolino che nuota nella fontana rappresenta un piccolo atto di vita e libertà, un augurio di rinascita per questa città ferita.

Mentre mi allontano, noto una scritta a terra, nel tipico dialetto marchigiano: “Daje”. Un messaggio di incoraggiamento, un grido di resilienza. Camerino ce la farà, di sicuro. Nonostante la devastazione, la speranza e la determinazione dei giovani che ho incontrato mi fanno credere che la vita qui tornerà a fiorire, come un aquilone che sfida il vento o un pesciolino che nuota libero.

I negozi sono stati svuotati e trasferiti in un complesso di moduli prefabbricati in aperta campagna, dov’è stata allestita un’area commerciale chiamata Sottocorte Village, con alcune strade e una piazza. Lo stesso è accaduto a bar, pasticcerie e ristoranti, delle quali nelle vecchie sedi rimangono solo le insegne, mentre le attività sono state spostate nella zona dei negozi o in qualche prefabbricato; l’Università di Camerino conta oggi oltre 1.600 iscritti, molti dei quali vivono ancora nelle residenze realizzate con i fondi donati dal Tirolo, in Austria, e dalle province di Trento e Bolzano, o negli altri studentati già attivi prima del terremoto.

In conclusione, la strada verso la completa ricostruzione di Camerino è ancora lunga e complessa. A nove anni dal sisma, solo 12 edifici storici sono stati completamente restaurati, e meno del 15% dei fondi del PNRR è stato effettivamente speso. Tuttavia, la presenza continua degli studenti e il loro spirito resiliente sono un segno positivo per il futuro della città. La ricostruzione non dipende più dalle promesse, ma dalla capacità di trasformare i fondi in cantieri — e le parole in azioni.

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